Donne oltre i confini. La traduzione come percorso di emancipazione durante il fascismo

Anna Ferrando

Abstract

È nota a tutti la definizione che Cesare Pavese, cogliendo lo spirito dell’epoca, diede degli anni Trenta come il “decennio delle traduzioni”. Meno noti i protagonisti di questa massiccia operazione di mediazione culturale. O, forse, sarebbe meglio dire, le protagoniste. Molte furono infatti le donne che scelsero l’attività traduttoria: si trattava di un lavoro flessibile, ‘nascosto’, che si poteva svolgere a casa, e per di più ancillare al lavoro dell’autore, un lavoro ‘adatto’ alle donne, ma che molte donne, però, usarono per ritagliarsi uno spazio di vita pubblica, di indipendenza e di libertà, esercitato anche nel selezionare i testi da tradurre e nel proporli agli editori. Quando nel 1938 Ada Gobetti tradusse uno dei libri di riferimento
dell’american black feminism, Their eyes were watching God della Hurston, non si trattava certo di un’operazione unicamente letteraria. Chi furono dunque le intellettuali protagoniste del “decennio delle traduzioni”? E questo processo di mediazione culturale influenzò le pratiche, gli stili di vita, le mentalità delle traduttrici stesse? L’archivio privato della traduttrice Alessandra Scalero permette di circoscrivere un caso di studio emblematico delle ‘mutazioni di genere’ che investirono l’industria delle traduzioni fra le due guerre.

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