Gli ebrei, un popolo di nevrastenici: una costruzione culturale della psichiatria europea tra Otto e Novecento

Vinzia Fiorino

Abstract

L’idea che gli ebrei fossero particolarmente soggetti a specifiche patologie nervose, segnatamente la nevrastenia, è oggetto, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, di un ampio dibattito tra i più autorevoli psichiatri europei. “Un tratto nevrastenico passa su tutta la razza” potrebbe rappresentare un passaggio conclusivo e significativo di questo ampio confronto internazionale. Tale codice normativo trova in Charcot, e nella sua scuola, una delle più importanti concettualizzazioni: inserito all’interno del quadro epistemico della nevrosi isterica, la sua lettura è ora capace di spiegare che l’antica immagine dell’ebreo errante, dall’andatura incerta e dal corpo flaccido, lungi dall’essere frutto della maledizione divina, è esito di una predisposizione razziale aggravata dalla pratica dei matrimoni tra consanguinei. Il dibattito si infittisce, diventa un mero fatto statistico, crea certo resistenze e perplessità, ma è fortemente acquisito da molti intellettuali ebrei che però ne smussano le conseguenze più negative. Il saggio ricostruisce la diffusione e le varianti di questo importante codice normativo a lungo riproposto: durante il fascismo, per esempio, per un verso un importante cambiamento di paradigma lo lascerà sotto traccia, per un altro verrà reiterato in maniera sempre più schematica. Nei differenti contesti, esso segna comunque una estraneità del popolo ebraico dalla purezza del corpo della Nazione ponendosi al centro di importati dilemmi riguardanti il modello di civiltà moderna, i canoni estetici, i ruoli di genere.

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